Festa dei Ceri 1921/2021. Un anno drammatico: “La Tavola Bona andò completamente distrutta”. Disordini e scontri politici tra fascisti, socialisti e anarchici. Gli organi militari intimarono ai ceraioli di lasciare la città. Rimasero donne anziani e ragazzi che, sotto la pioggia incessante, giunsero con i Ceri in Basilica alle ore 23 grazie all’impegno di don Luigi Nigi parroco di Loreto

GUBBIO – E alla fine i Ceri arrivarono in Basilica alle ore 11 di sera, e dalla città si sentì nitido l’eco delle campane che padre Emidio Selvaggi fece suonare per festeggiare la conclusione della corsa.

No, certo non fu una corsa dei Ceri normale, quella di cento anni fa, dalle testimonianze del tempo e dai giornali viene ricordata come una delle corse più drammatiche che la storia della nostra Festa ricordi.

Per via delle elezioni politiche i Ceri si svolsero non il 15 maggio, ma con ordine prefettizio vennero spostati al 22 maggio, il clima politico era agitato, la comunità eugubina era divisa, da una parte destra, fascisti, e dall’altra sinistra, socialisti, e anarchici.

Nel 1921, come scrivono in un interessantissimo volume i Professori  Maria Vittoria Ambrogi e Giambaldo  Belardi (Gubbio dopo la Prima Guerra Mondiale 1919-1921) la città vive uno dei momenti più travagliati della sua storia, con una crisi economica devastante, il caro viveri, la disoccupazione, il problema della casa, e fenomeni di massa che sconvolgono equilibri sociali e politici consolidatisi nel tempo, e naturalmente anche la Festa dei Ceri risente della grave situazione creatasi.

Eppure quel 22 maggio tutto sembra andare per il verso giusto, “E’ una mattinata piena di sole e di armonia alle 5 del mattino Capitani e i Capodieci si erano alzati , e casa per casa avevano dato la sveglia ai ceraioli… Poi il pranzo e l’alzata, le brocche volarono sopra la gente con un fremito di cadere in mille pezzi colorati, il Campanone s’era messo a cantare di qua e di là nel cielo senza smettere, i Ceri passarono veloci nelle vie assolate , ridivennero vivi e palpitanti sulle spalle dei ceraioli”.

Il banchetto è offerto dal Primo Capitano Sergio Nicchi, e dal Secondo Capitano Giuseppe Alunno, con circa 150 convitati con i rappresentanti dei vari partiti politici. (I Ceri in L’Ingino XIV n.10, 26 maggio 1921).

 Testimonianze e scontri

In effetti dalle testimonianze del tempo non sembra che sia andata cosi, già in mattinata c’erano stati degli scontri tra le diverse fazioni politiche, alcuni ceraioli fascisti spararono in aria diversi colpi di pistola, furono arrestati alcuni anarchici con in tasca coltelli serramanico, e quando si sparse la notizia dei disordini allaTavola bona”, ci fu una tale agitazione che i più scalmanati mandarono in frantumi piatti e bicchieri.

Lo racconta Corrado Alunno, quell’anno suo nonno paterno Giuseppe Alunno, era secondo capitano e quegli scontri gli costarono cari. Racconta Corrado: ”Mio nonno mi raccontò che la Tavola Bona andò completamente distrutta per via delle zuffe tra ceraioli, tavoli sedie piatti bicchieri ben allestiti nel refettorio di San Pietro finirono in mille pezzi, e il costo dei danni fu totalmente a carico dei Capitani che avevano il compito di organizzare e pagare il pranzo dei ceraioli” (“1921 la Corsa dei Ceri nonostante tutto “ di Anna Maria Fiorucci).

Per anni i due Capitani, dovettero pagare cambiali alla ditta di Foligno dove avevano preso in affitto il materiale per il pranzo.

Donne e ragazzi

 In città zuffe e risse si susseguivano, e per evitare il peggio gli organi militari decisero di intervenire, le risse furono sedate e fu ordinato che i ceraioli lasciassero immediatamente la città, e cosi ci si trovò nella paradossale situazione che ritrovata la tranquillità, il nuovo problema era la mancanza dei ceraioli.

A risolvere il problema ci pensò il parroco di Loreto don Luigi Nigi, radunò intorno a se giovani ragazzi, vecchi ceraioli, e tante donne, tutto sembrava risolto, ma un incredibile temporale si scatenò alla partenza dei Ceri alle 18, tuoni fulmini, le vie della città allagate, Nino Farneti ricorda: ”Piazza Vittorio Emanuele  (attuale 40 Martiri) era completamente allagata”.

I giovani ceraioli arrivarono in Piazza Grande completamente fradici, la Piazza era semivuota, sotto l’incessante pioggia i Ceri ripartirono e arrivarono alla porta di Sant’Ubaldo intorno alle ore 20:30. Lo scoramento prese il sopravvento, alcuni  proposero di lasciare i Ceri li, e ripartire la mattina dopo, poi improvvisamente il cielo si schiarì, e allora si decise per un ultimo e finale sforzo.

Anziani, ragazzetti, l’immancabile don Luigi Nigi, e tante donne , la Peppona de Cucco, (Benedetti), la Gigetta Migliarini, La Sunta del Chiappino, la Marsilia de Gualatrone, tutti  sotto le stanghe  insieme a una sessantina di giovani ragazzi, diventati uomini in un sol pomeriggio”  (La Festa dei Ceri Volume V Professore Adolfo Barbi).

Grazie al loro sforzo, i Ceri arrivarono alle ore 23 in Basilica, il portone del Convento si spalancò e Padre Emidio Selvaggi mandò a suonare le campane, questo successe esattamente 100 anni fa in una delle giornate più drammatiche che la Festa dei Ceri ricordi.

Massimo Fiorucci