“La Resistenza degli Internati Militari Italiani”. Le storie di Peppino Gagliardi e Bruno Terzetti

Dopo l’8 settembre 1943, Peppino Gagliardi fu fatto priogioniero nei Balcani, a Carlopago, dove i tedeschi prelevarono i soldati italiani per deportarli in Germania. Qui lavorò in una fabbrica a Fulda, molti i bombardamenti dal cielo e le morti. Finalmente la liberazione e il viaggio verso casa, verso Rosarno. Marco Terzetti: “Il no alla collaborazione con i nazi fascisti ha un valore morale enorme

L’incontro alla Sperelliana

GUBBIO – In Biblioteca Sperelliana, domenica pomeriggio 10 marzo si è tenuta la conferenza “La Resistenza degli Internati Militari Italiani“, moderata dal giornalista Giacomo Marinelli Andreoli, con l’intervento del sindaco Stirati, di Francesco Gagliardi, del colonnello dell’Esercito Italiano Napoletano.

Con gli interventi principali di Peppino Gagliardi ex internato Militare Italiano, di recente insignito dal Capo dello Stato Sergio Mattarella della Medaglia d’Oro al valore militare, e di Marco Terzetti presidente dell’associazione Nazionale ex Internati, e figlio di Bruno Terzetti anch’egli ex Internato, venuto a mancare nel 1978.

Nella presentazione storica del tema oggetto della conferenza di Gubbio, è stato detto che la vicenda degli ex Internati Militari Italiani, circa 650.000 soldati, è ancora tutta da raccontare. All’indomani dell’8 settembre 1943, l’Esercito italiano, in Patria ed all’estero, si trovò improvvisamente allo sbaraglio.

Coloro che furono catturati dai tedeschi dovettero compiere una scelta: rientrare in Italia al fianco della RSI di Mussolini oppure finire deportati in campi di concentramento tedeschi per prestare lavoro coatto. Circa l’80% dei soldati rifiutò di condurre una guerra civile e fratricida in Italia ed eroicamente scelse di finire nei campi di concentramento.

Gli interventi 

Ci sono ancora testimoniha spiegato Giacomo Marinelli Andreolidi questa pagina di storia che è anche una pagina della loro vita. Peppino Gagliardi era militare italiano sul fronte balcanico e qui venne fatto prigioniero e deportato in Germania“.

Porgo un saluto molto cordiale alle autorità militari presentiha affermato il Sindaco Stiratie un saluto molto affettuoso a Giuseppe Gagliardi. Queste sono storie di grande umanità, una storia di cui non dobbiamo avere paura.

Senza un profondo senso della storia non riusciamo a capire la nostra vita attuale, questa pagina degli ex Internati italiani è poco nota e gli va data giustizia“.

L’avvocato Francesco Gagliardi, figlio di Peppino Gagliardi, ha detto: “Sono particolarmente felice che si parli di questa vicenda a Gubbio. Quando è arrivato l’invito per la Medaglia d’Oro al valore militare, abbiamo deciso di andare a Roma per le persone che non ci sono più e per la memoria collettiva. La cerimonia al Quirinale è stata molto precisa, oggi sopravvivono solo 35 ex Internati. La nostra volontà è quella di tramandare questa testimonianza.

A 19 anni papà venne chiamato alle armi a Como, poi sul fronte dei Balcani dove venne catturato e subì la deportazione in Germania. Il rientro in Italia dove ha continuato a fare il contadino. Mio padre è rientrato dalla prigionia in Germania con una valigia di legno costruita da un suo amico commilitone, aveva una catenina al collo con il numero 84061 che imparò a pronunciare anche in tedesco.

I prigionieri italiani non godevano della protezione della convenzione di Ginevra. Era consentito di poter scrivere dal campo alle proprie famiglie“.

Peppino Gagliardi ha raccontato la sua storia di ex Internato, a tratti emozionandosi. Riportiamo di seguito un riassunto del suo toccante intervento: “Sono partito da Como e arrivato in Croazia, dove ho incontrato mio fratello, che mi disse di fare attenzione. Ci portarono in montagna nei Balcani, mentre il comando era giù al paese di Carlopago.

L’8 settembre 1943 i nostri ufficiali telefonarono al comando per avere informazioni, ma le linee erano tagliate, giunti al paese sapemmo dell’armistizio… Gli ustascia ci disarmarono e rimanemmo loro prigionieri alcuni mesi, poi passammo nelle mani dei partigiani jugoslavi. In seguito nelle mani dei tedeschi dopo aver fatto una lunga marcia a piedi nei boschi, scortati dai partigiani jugoslavi…

Ci portarono a Fiume, poi a Trieste, e in Germania nei carri bestiame. Qui lavorammo nella fabbrica di Fulda, che fu più volte bombardata con molti morti. Gli americani ci liberarono e ci portarono a Modena, da qui raggiunsi Rosarno in Calabria in treno, dove incontrai di nuovo mia madre“.

Un passaggio in particolare ha commosso Peppino Gagliardi e tutto il pubblico presente in sala. Quando Gagliardi ha raccontato dell’incontro a Fiume con il sergente maggiore dell’Esercito italiano, che conosceva il reggimento per averlo già comandato.

Alla vista delle condizioni in cui erano ridotti i soldati italiani fatti prigionieri, con vestiti laceri e molti morti durante il viaggio, il sergente maggiore si passò una mano sulla testa e disse disperato: “Com’è ridotto il mio reggimento“, poi svenne dal dispiacere.

Lettere da un giovane militare 1942-1945” 

Durante l’incontro è stato anche presentato il libro “Lettere da un giovane militare 1942-1945” di Marco Terzetti, dedicato al padre Bruno Terzettiex Internato, venuto a mancare nel 1978.

Di seguito un riassunto dell’intervento di Marco Terzetti. “Il no alla collaborazione con i nazi fascisti ha un valore morale enorme.ha affermato Marco Terzetti Il libro narra la vicenda di mio padre nato nel 1920, le lettere di papà sono dal 1942 al 1945. All’armistizio non seguirono ordini esecutivi, il 9 settembre ’43 i militari italiani vennero disarmati e deportati in Germania…

Sopravvissero alle dure condizioni di vita nei campi di concentramento tedeschi grazie alla famiglia, ai commilitoni e alla fede. Fu un viaggio lunghissimo verso la Germania, con un minimo di sostentamento, in Polonia le donne si avvicinavano ai camion per dare latte ai prigionieri…

Furono 630mila i soldati italiani a dire convintamente no all’arruolamento nel nuovo esercito di Mussolini e della Rsi. Tra gli internati ci fu anche Giovanni Guareschi. Mio padre visse in baracche senza igiene, al freddo e con i pidocchi…. Ha ottenuto tante onoreficenze, il Comune di Perugia gli ha intitolato una via della città. Si è spento nel 1978“.

Non odiareha concluso l’incontro l’avvocato Francesco Gagliardiè sempre stato il pensiero dominante di mio padre. In questi giorni si è molto commosso nel visitare il Mausoleo dei Quaranta Martiri. Mio padre ce lo dice sempre, mai più la guerra. Imparare dalla storia, ma non odiare nessuno“.

Di Francesco CaparrucciFotografie Cronaca Eugubina 

lunedì 11 marzo 2019 - 2:50|Articoli, Attualità|